John Trudell, il rock del Grande Spirito
Dopo aver presenziato ad uno dei suoi bellissimi concerti, a Ferrara parecchio tempo fa, quando l’ho salutato dandogli la mano e dopo aver scambiato qualche parola, sono rimasto colpito dagli occhi di John Trudell, emanavano una terribile CONSAPEVOLEZZA. Quella di una storia antica e ancora attuale: lo sterminio di una civiltà. Vediamo allora l’identikit di questo selvaggio fuorilegge (o meglio così era considerato dalle autorità americane ). Per l’FBI John Trudell è un dossier di ventimila pagine definito “estremamente eloquente”. Santee Sioux del Nebraska, dove è nato nel ’46, ha speso gran parte della sua vita lottando per i diritti degli indiani d’America.
Dal 1973 al ’79 è stato infatti il portavoce nazionale dell’American Indian Movement esponendosi in prima persona. Il suo coraggio lo porterà ad una tragica svolta nella sua vita: l’11 Febbraio 1979 Trudell brucia una bandiera americana sui gradini del Huver Building di Washington, per protestare contro l’ingiusto processo a Leonard Peltier, incarcerato per un reato che non ha commesso per più che evidenti elementi a sua discolpa. Come un tempo, rinchiuso senza spiegazioni accettabili.
Dodici ore più tardi di quel gesto sacrilego, un incendio doloso distrugge la sua casa nella riserva Soshone a Duck Valley in Nevada, uccidendo la moglie, i tre figli e la suocera. L’FBI si è sempre rifiutata di aprire un’inchiesta definendo un”incidente” quello che per John Trudell è invece “un atto di guerra”. Non ricordo se fosse il generale Sherman o quell’altro Sheridan a coniare il famoso detto “ogni indiano buono è un indiano morto”. In questo gli americani non mancano di coerenza. Dagli anni ottanta affianca all’attivismo un parallelo impegno come attore e musicista.
Scrive poesie e canzoni con Jesse Ed Davis, partecipa ai film di Michael Apted “Cuore di Tuono” e “Incident at Oglala” nonchè allo sceneggiato televisivo Crossroads. Con l’aiuto di Jackson Browne pubblica il disco “Aka Grafitti Man” seguito dall’altrettanto notevole “Johnny Damas and Me”, cui seguiranno una altra dozzina di ottimi lavori. Oltre alla amicizia con Browne, che definisce un fratello, di pubblico dominio è stato il reciproco scambio di apprezzamenti con Sua Bobdylanità in persona.
Lui stesso dichiara riguardo alla sua musica: “mi piace il Rock n’ Roll, sono cresciuto con questa musica, il suono della mia generazione, ma da parte mia non c’è mai stato un piano definito di diventare un cantante rock.
“Vengo dal popolo dei tamburi e nel rock la batteria è uno strumento portante, le chitarre elettriche sono soltanto l’espressione dei nostri tempi, il mezzo che noi usiamo”.
In verità Trudell non canta affatto ma declama con invidiabile intonazione i suoi testi, in un talking che lo avvicina allo stile interpretativo di un Lou Reed. Sulla situazione odierna dei nativi americani (dei quali è inutile ricordare il profondo legame spirituale con la natura) afferma ”è un genocidio che ha distrutto il cuore di intere generazioni, hanno distrutto i nostri diritti ma non possono dividere le tribù, continuare a classificare le persone per il loro sesso, la razza e per quello che hanno. John Trudell è morto l’8 Dicembre 2015 in California.
Dario ‘Bluesman’ Gozzi